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Friday, May 4, 2018

C come...Intelligenza Collettiva

                                                                  di Salvatore Dimaggio

Sono fermamente convinto che la crescita dei singoli individui e dei gruppi, sia una delle più entusiasmanti ed importanti sfide che si possano affrontare. Tutto ciò che è vivo può, potenzialmente, crescere, ma lo fa anche nel concreto? Esprime pienamente il suo potenziale? Lo fa in modo rispettoso del suo contesto? Contribuisce alla crescita collettiva? Per avere le risposte alle mie domande è utile fare appello, tra l'altro, alla cosiddetta intelligenza collettiva. Ma di cosa si tratta? E' un concetto affascinante, noto anche come fattore “C”. L'intelligenza collettiva espressa da un gruppo, non equivale assolutamente alla somma delle intelligenze individuali dei singoli membri. Secondo gli psicologi del MIT, Carnegie Mellon, e Union College, i gruppi assumono un carattere proprio che è distinto dalle singole nature dei loro membri. Ma allora da cosa deriva la “C”?  E' proporzionale ai guadagni, ai bonus promessi? O forse è un riflesso del carisma del leader del gruppo? Nessuna di queste ed altre ipotesi avanzate per scoprire quale fosse l'ingrediente segreto capace di far lievitare la “C”, si è rivelata corretta. I ricercatori hanno scoperto che c'è un modo molto semplice per predire il valore di C anche senza misurarlo ed è quello di osservare le riunioni: i gruppi nei quali tutti parlano sostanzialmente per lo stesso tempo, hanno una C molto più elevata di quelli nei quali due o tre parlano quasi tutto il tempo. La discriminazione sulla base dell'importanza in azienda o magari solo dell'arroganza, si rivela perdente rispetto ad un approccio che non trascura nessuno. La parola magica è “sensibilità sociale”, empatia, capacità di comprendere i sentimenti dell'altro. Avreste mai detto che un gruppo di persone molto intelligenti, ma poco armonioso è meno brillante di un gruppo di persone normalissime che si rispettano a vicenda? C'è anche un'altra osservazione che emerge dagli studi di questi autori: più donne ci sono in un gruppo e più è probabile che l'intelligenza collettiva sia alta… una bella lezione di gender equality!



Tuesday, October 13, 2015

Osmosi: come sfruttare le innumerevoli opportunità offerte da processi irrituali.

Per decenni nella promozione di un prodotto o servizio, pubblicitari e venditori hanno utilizzato l'aggettivo “esclusivo”. Un prodotto esclusivo è attraente, desiderabile, poterlo acquisire è una fortuna e, certamente, sarà un vantaggio per lo status sociale di chi lo possiede. Eppure, se ci riflettiamo un istante, poche parole sono odiose come “esclusivo”. In un certo senso si può dire che la generica formula “meccanismo di esclusione” sintetizzi tutte quelle pratiche che oggi, con sempre maggior vigore, la società sente di dover avversare ed eliminare. La parola esclusivo e tutto il mondo di significati e valori che si porta dietro, è destinata ad una fortuna sempre minore a favore del concetto opposto: l'inclusività. 

Nel sentire comune l'inclusività è un valore, ma nell'ambito aziendale è spesso percepita come il forzato e, sostanzialmente antieconomico, inserimento in una struttura produttiva, di elementi che una prassi conforme al buon senso, terrebbe alla larga. Qualcosa di non molto diverso da un regalo che si elargisce a chi è meno fortunato. L'inclusione sarebbe, dunque, una scelta che premia l'etica, ma danneggia la produzione. Chi viene inserito in un'azienda in forza di un'ottica inclusiva, trova un lavoro, ma non la soddisfazione di essere utile e produttivo. 

Ancor più importante, il concetto di inclusività è solitamente ridotto a dinamiche che coinvolgono poche categorie chiaramente identificate come penalizzate (donne, diversamente abili, omosessuali, etc.) come se, eccezion fatta per gli appartenenti a queste categorie, la circolazione di individui ed idee nella vita di un'azienda fosse perfettamente fluida. L'inclusione e l'esclusione non riguardano poche categorie discriminate, al contrario, sono una filosofia di vita, un'abitudine di pensiero che si applica ad ogni aspetto della vita di un'azienda. La prassi della chiusura o quella dell'apertura, della discriminazione o non discriminazione, sono estremamente pervasive e finiscono per impregnare tutte le dinamiche che coinvolgono sia le persone che le idee o risorse. 

In natura vi è un processo chiamato osmosi che fa sì che un sistema permeabile, naturalmente attragga le sostanze delle quali abbia una concentrazione troppo bassa. Al contrario, membrane impermeabili impediscono a questo processo spontaneo di compensare naturalmente le carenze e le eccessive concentrazioni di sostanze. Anche nel mondo animale osserviamo stimolanti casi di flussi osmotici. Il caso più noto ed interessante lo cita Zygmunt Bauman: le vespe di Panama. Le vespe di Panama cambiano alveare con grande facilità: quando un alveare ha un esubero o una carenza di individui, un flusso assolutamente spontaneo di vespe compensa questo stato di cose. Nota Bauman come nessuna vespa regina coordini ciò e come le vespe che giungono nel nuovo alveare siano immediatamente integrate senza alcuna discriminazione.

Anche nella società umana accade qualcosa di simile: le persone e le idee circolano e si influenzano a vicenda e non come evento diretto e preordinato da qualche autorità, ma come fenomeno del tutto spontaneo. Tuttavia l'apparato gerarchico e l'organizzazione produttiva di un'azienda possono determinare chiusura e diffidenza verso questi processi naturali. E' ovviamente indispensabile che un'azienda abbia una sua organizzazione produttiva, tuttavia, paradossalmente, questo può determinare il pesante costo di bloccare processi spontanei di circolazione di idee e relazioni che, proprio per un'impresa, sarebbero profondamente utili. Negli ultimi decenni, un numero sempre maggiore di studi ha sottolineato da prospettive e con intenti diversi, come la spontaneità, l'irritualità dei processi che potremmo definire osmotici, ha una grande utilità per aumentare l'efficacia dell'azienda.   Un'impresa deve avere pareti che ne sostengano il soffitto, ma deve allo stesso tempo impegnarsi a far sì che queste pareti siano “pareti permeabili”  cioè che non blocchino quei soggetti ed idee atipiche ed estranee  rispetto alla struttura e le proprie prassi consolidate che spontaneamente entrerebbero nella propria orbita. Non discriminare individui, idee, relazioni, situazioni è, come vedremo, non solo una pratica etica, ma anche estremamente utile. Adoperarsi per rimuovere tutte le membrane impermeabili che si oppongano a questa osmosi è, dunque, indispensabile. 


Produzione collaborativa

Nel libro Wikinomics: How Mass Collaboration Changes Everything, gli autori teorizzano un nuovo modello economico del quale Wikipedia ed il progetto genoma umano sarebbero solo gli esempi più noti. Gli autori riprendono la Legge di Coase (un'azienda tenderà ad espandersi fino a quando il costo di organizzare una transazione in più all'interno dell'azienda eguaglia il costo della medesima operazione sul mercato) e sostengono che con i costi di comunicazione e scambio di dati praticamente azzerati dal web, si moltiplicano i casi nei quali “diffondere” ed aprire la produzione all'esterno è vantaggioso. Il libro cita molti interessanti case history al riguardo che dimostrano come una produzione “diffusa” sia spesso la scelta vincente, tuttavia un'azienda che non ha nel proprio DNA l'abitudine a guardarsi intorno ed ad essere sempre sensibile e reattiva alle persone e le idee che si muovono all'esterno di essa, sarà materialmente impossibilitata a cogliere queste opportunità. 


Ponti insospettabili

Nell'ormai celebre articolo “La forza dei legami deboli” Granovotter spiegava come sia possibile che ogni individuo sia connesso ad ogni altro sul pianeta da soli sei gradi di separazione. Lo strumento che consente al mondo delle relazioni interpersonali di essere così “piccolo” sono i legami deboli. I legami forti (quelli con i parenti e gli amici e colleghi più cari) sono umanamente importanti, ma quasi inutili sul piano dell'estensione della propria rete di relazioni. I legami forti formano microtribù chiuse. Se viene meno un legame forte ciò non cambia quasi nulla nel proprio network, infatti si potranno raggiungere le medesime persone tramite altri legami (se vien meno il legame con un individuo appartenente alla cerchia dei miei amici più cari, io non perdo il legame con tutti i suoi amici, perché saranno quasi tutti anche amici miei). Nelle microtribù dei legami forti, per andare dalla persona A a quella B ci saranno più vie, ragion per cui nessuna è indispensabile e tutte son ridondanti. I legami deboli (quelli di semplice conoscenza) ci legano con mondi lontani: se perdo il legame con il mio compagno d'università straniero, perdo irrimediabilmente tutto quell'universo di legami a cui lui mi connetteva. Ecco perché sono i legami deboli a rendere le reti estese. Granovotter nel suo articolo  dimostrava che tra un soggetto che ha prevalenza di legami forti ed uno che ha prevalenza di legami deboli, paradossalmente ha più probabilità di trovare lavoro il secondo. I suoi tanti legami deboli rendono la sua rete particolarmente estesa e lo pongono a pochi gradi di separazione dal suo potenziale datore di lavoro. E' importante rendersi conto che un discorso simile vale per le aziende. Un'azienda con pareti impermeabili, che cura solo i rapporti indispensabili (clienti principali, soliti fornitori, partner consolidati) ed inibisce quelli con soggetti apparentemente ininfluenti, si autoesilia dal caotico ma fertile flusso del business, aumentando i gradi di separazione che la connettono a potenziali clienti e talenti utili. Anche per questo motivo, rimuovere le barriere impermeabili che bloccano l'osmosi discriminando i rapporti sulla base un un presunto efficientismo, è vitale. 



L'osmosi all'interno del gruppo e nei gruppi fluidi 


Un aspetto molto rilevante di questa analisi riguarda la cosiddetta intelligenza collettiva.  E' ormai noto che l'intelligenza collettiva “C” di un gruppo non deriva dalla sommatoria dell'intelligenza individuale “IQ” dei singoli membri. Secondo gli psicologi del MIT, Carnegie Mellon, e Union College, gruppi assumono un carattere proprio che è distinta dalle singole nature dei loro membri.  Un'impressionante mole di studi  di questi ricercatori a cercato di individuare quali siano i paramatri in grado di determinare la “C” di un gruppo. Dimensioni della squadra, premi e punizioni ed altri parametri simili contavano assai poco. Imprevedibilmente c'è un test che può prevedere la “C”, ecco qual è. Si mostrano ad un soggetto le foto degli occhi di alcune persone e gli si chiede quale sia il loro stato d'animo. I gruppi i cui membri eccellono in questo test hanno la C più alta. In definitiva la C è soprattutto influenzata dalla capacità di essere sensibili all'altro. I ricercatori sostengono che c'è un modo ancora più semplice per predire il valore di C ed è osservare le riunioni: i gruppi nei quali tutti parlano sostanzialmente per lo stesso tempo, hanno una C molto più elevata di quelli nei quali due o tre parlano quasi tutto il tempo. Anche in questo caso la discriminazione sulla base dell'importanza in azienda o magari solo dell'arroganza, si rivelano perdenti rispetto ad un approccio che non trascura nessuno. E' utile notare come il medesimo principio valga anche in quei gruppi “occasionali” nei quali uomini dell'azienda si trovino ad interloquire o a collaborare con  chi vi è esterno. Se si evitano polarizzazioni “noi-voi” questi gruppi saranno più efficienti nell'attività al momento svolta e nel creare legami proficui per il futuro.


Misurare il livello osmotico di un'azienda

Tutti questi studi sono molto suggestivi ed utili, ma è possibile misurare e quantificare quanto un'azienda riesca a valorizzare l'empatia tra i suoi uomini? La cura ad ogni tipo di relazione? La capacità di guardarsi intorno senza pregiudizi alla ricerca di nuove impreviste opportunità? Lungi dall'essere un concetto astratto, è possibile misurare quanto un'azienda riesca ad essere osmotica tra le sue varie parti e con l'ambiente esterno, ovverosia ad evitare ogni abito mentale ed ogni pratica discriminatoria di persone, idee, rapporti ed occasioni.
Quantificare questo parametro può essere utile per capire quanto il management riesca a sfruttare le opportunità impreviste ed “irregolari” offerte dall'ambiente e quanto facilmente le informazioni ed i profili circolino nell'azienda.
Per misurare il livello osmotico di un'azienda occorre valutare, in un orizzonte temporale dato, quale percentuale dei processi vitali della stessa sia avvenuto per vie che possiamo classificare come osmotiche. 

- L'acquisizione dei talenti è avvenuta rigorosamente tramite selezioni o head hunter, oppure si sono colte e valorizzate professionalità di qualità incontrate per vie irrituali?
- I nuovi clienti sono giunti all'azienda necessariamente tramite l'advertising o il passaparola con altri clienti, oppure anche tramite contatti sociali informali?
-  La presenza sui social network, è unicamente affidata ai post dei social media manager sui profili aziendali, oppure dell'azienda parlano e postano i dipendenti, i loro amici, persone che hanno avuto contatti informali con l'azienda o che abitualmente la frequentano?
- Le decisioni sono state prese seguendo vie rigorosamente gerarchiche o sono in parte provenute da ambiti dell'azienda o addirittura esterni ad essa, non istituzionalmente deputati a generarle?

Wednesday, July 30, 2014

Human rights fact finding: the overarching importance of impartiality

Conversations between Rob Grace (researcher and project coordinator for the Monitoring, Reporting, and Fact-finding project at Harvard University) and Salvatore Dimaggio about human rights fact finding

SD: It is important that the human rights facts are compiled according to clear, transparent and shared guidelines which ensure uniform standards, since they are used by international courts and institutions which have an impact on the lives of many people.
Today more than ever it is essential to aim for the highest possible impartiality in describing difficult situations. In this sense, the quality of the interviews has considerable weight on local populations: the living voice of the witnesses is a valuable source of direct information to be compiled, taking into account the specificities of the culture of the respondents.

RG: You are correct about the overarching importance of impartiality. The integrity of the investigation rests on the fact-finding team conducting its work in an impartial manner, meaning that the fact-finding team gathers information about all sides relevant to the context and evaluates the information gathered with objectivity. Impartiality is especially important because fact-finding practitioners regularly find themselves facing criticisms — sometimes very harsh critiques — of their work. It is, of course, a very sensitive and serious issue to publicly levy accusations about violations of international humanitarian law and human rights, so pushback against these accusations is common. One of the more typical critiques in this regard relates to impartiality. Governments, or other groups sympathetic to governments that have been accused by a fact-finding mission of violating international law, often charge that the mission was biased, either in its fact-finding methodology or in the manner that the team conducted its legal analysis. In this regard, an impartial methodology can be important to mitigating the extent to which the mission is vulnerable to criticism. 

Though, an impartial methodology is not a silver bullet. In my research conducted for the Program on Humanitarian Policy and Conflict Research at Harvard University, I have engaged with many fact-finding practitioners who have the perspective that many critiques of bias are politically motivated criticisms that lack merit. Essentially, there is a widespread perspective that being impartial does not necessarily shield one from the accusation of bias. And these issues of perception can very much affect how a fact-finding report is received and the overall impact of the mission.

One dilemma is that many of these mechanisms — fact-finding missions and commissions of inquiry, for example — come into being through a mandate that has been adopted by a government, or an inter-governmental body. One of course does not expect governments to be impartial. Rather, one expects governments to pursue their own interests. So fact-finding practitioners often find themselves in the position of having to convince certain members of the public that the biases of the mandating body need not necessarily translate into biases during the implementation of the mission.

SD: We are sorry that the NGOs have not found shared guidelines because, on the contrary, there are areas in which the NGOs themselves have achieved widely acclaimed and productive consensus. There have been specific emblematic cases in which rules of determination have been used, which can be taken as examples to reflect on the development of guidelines that are the reference for the future, such as:
Conflict Analysis Resource Center/University London study on Amnesty International and Human Rights Watch (Colombia, 1988-2004), United Nations Office of the High Commissioner for Human Rights Mapping Exercise on the Democratic Republic of Congo (1993-2003), the International Crisis Group (Kosovo, 1999), the Independent International Fact-Finding Mission on the Conflict in Georgia (Georgia, 2008).

RG: In relation to guidelines, through my research into the experiences and views of practitioners, I have discerned two overarching contrasting trends. On the one hand, human rights fact-finding practitioners, as well as others, have expressed a great deal of concern about the methodologies that certain missions have employed. There is a high level of vexation that practitioners have articulated that the legal analysis and witness protection measures, for example, of some past missions have not met expectations. On the other hand, practitioners have expressed concern about the restrictions that could come with instituting professional standards. One reason is that each context is sui generis, and it is difficult to devise guidelines that could be widely applicable across different contexts. Practitioners are caught in a paradox of desiring flexibility for themselves while also wanting some way to prevent unprofessional behavior. Similar challenges have been discussed in the humanitarian sector around the creation of Sphere Standards, for example. This tension between the competing desires for flexibility and restriction appears to be a common thread among professional sectors involved in responses to complex emergencies. The core challenge is how this domain can continue to professionalize itself in light of this normative obstacle.

SD: Unfortunately, the status of human rights violations is particularly dramatic with regards to childhood.
Over the past decade warfare has killed 2 million children, orphaned more than 1 million, have left 4 or 5 million disabled and left 12 million homeless.
40 million children under the age of 15 suffer from abuse and neglect.
More than 300,000 children are exploited as soldiers in armed conflicts around the world.
There are about 246 million children worldwide who are forced to work.

RG: It is particularly dramatic indeed. Regarding the response from fact-finders, one of the more innovative developments of the past decade, in terms of initiating new types of investigative mechanisms, has been the Monitoring and Reporting Mechanism mandated by the United Nations Security Council. This mechanism has been significant for drawing attention to violations against children in a wide array of contexts on an ongoing basis. In a sense, this mechanism has arisen as a result of the fact that the domain of monitoring, reporting, and fact-finding exists in an ad hoc state. There is no one overarching investigative mechanism tasked with fact-finding activities. Rather, we see many different mandating bodies creating a wide array of different types of investigative mechanisms. This creates a real challenge in terms of sharing best practices and lessons learned. However, one benefit of this state of affairs is that unique mechanism types can arise to fill certain voids or to highlight particular issues of concern. This is what has occurred with violations against children in the form of the Monitoring and Reporting Mechanism. 

Friday, May 23, 2014

Frammentazione fratricida ed opportunità inedite: la complessa via della stabilità irachena.

Analisi di Massimo Marotti (Ambasciatore italiano in Iraq) e Salvatore Dimaggio (Corporate advisor, direttore MtM)

S.D.: Tim Arango, capo staff del New York Times a Baghdad ha sottolineato come le elezioni appena tenutesi in Iraq siano state piuttosto tranquille, tenuto conto delle particolarissime condizioni del paese e tenuto conto del fatto che sono le prime senza la presenza delle truppe USA. L'affluenza alle urne è stata notevole ed in generale l'impressione che la comunità internazionale ha avuto, è stata quella di una paese che desidera fortemente tornare alla normalità. Tuttavia le difficoltà che il governo incontra nel mantenere l'ordine in un paese di fatto dilaniato dal terrorismo e che non può più contare sui contingenti militari occidentali, sono fortissime.
Anche le elezioni in Afghanistan dello scorso 5 aprile, si sono svolte in un clima relativamente sereno, tuttavia la transizione verso la nomina del successore di Hamid Karzai tra secondo turno e denunce di brogli, si protrarrà più del previsto, bloccando, tra l'altro, la firma del Bilateral Security Agreement. Ciò con tutta probabilità indebolirà ancor di più il processo di formazione del personale militare e di polizia afghano. In questi due paesi la sfida del mantenimento dell'ordine in modo efficace ed autonomo dalle truppe alleate si sta dimostrando molto dura. 

M.M.: Il problema del mantenimento dell’ordine e della sicurezza in un paese complesso come l’Iraq è diventato più arduo al crescere del conflitto in Siria. La vasta area in territorio siriano in cui operano varie milizie che si sono sostituite all’autorità statale non costituisce più un filtro a protezione delle frontiere irachene. La conseguente infiltrazione in Iraq di miliziani ben armati e determinati a occupare parte del territorio iracheno, in aggiunta agli insorti antigovernativi, ha creato una situazione più difficile contro cui le forze armate irachene si sono trovate a fronteggiare un avversario contro cui non avevano sufficienti mezzi, addestramento e motivazioni. L’insurrezione armata tra il 2006 e il 2008 fu arginata dall’azione combinata delle forze americane, dei militari iracheni e soprattutto delle milizie tribali. 6 anni dopo questa equazione non ha funzionato. Di fronte a milizie islamiche che controllano quasi tutta la valle dell’Eufrate e che paiono più agguerrite, oltre all’assenza degli americani l’Iraq paga lo scotto della minore determinazione di tutte le milizie tribali a riprendere il controllo del loro territorio alleandosi con il governo. La divisione politica interna ha ridotto la capacità complessiva irachena di fronteggiare gli attacchi continui.

S.D.: Scrive Giovanni Sartori: "La storia è il mito di Sisifo, ogni generazione ricomincia daccapo. Nessuno di noi nasce civilizzato: il nostro certificato di nascita porta l'anno zero. La nostra età storica, la nostra maturità di uomini del proprio tempo, deve essere sempre riconquistata, la si deve sempre ricuperare: e ogni volta il tragitto si allunga, ogni volta c'è da risalire un poco di più. Talvolta sembra che non reggiamo lo sforzo, che la linea della tradizione occidentale sia diventata troppo lunga, che non riusciamo più a ripercorrerla. Talvolta coglie il sospetto che l'habitat storico sia più civile di quanto siano civilizzati i suoi abitanti, e che le civiltà si disintegrano proprio perché finiscono per sopravanzare i loro protagonisti." Uno stato che sta fondando adesso la sua modernità, nel senso del suo appartenere ad una modernità di forma e sostanza delle istituzioni, offre ai suoi cittadini, tra tanti problemi, a volte legati anche alla sicurezza ed alla sopravvivenza, una sorta di epoca eroica nella quale si ha la possibilità di incidere in modo marcato e durevole sulla propria comunità. Younis Tawfik sostiene che l'Iraq, a dispetto dei suoi colori e profumi, sia praticamente da sempre un paese velato dalla "tristezza" della mancanza di libertà. Gli iracheni di oggi, hanno l'opportunità di rimuovere questo velo di tristezza. Senza abbandonarsi al facile idealismo, va sottolineato che questa, al netto delle grandi difficoltà, è un'opportunità storica.

M.M.: La ricostruzione del paese è certamente un’opportunità per la società irachena. In questa terra dove sono nate le città stato e i primi imperi e con esse la civiltà urbana il paragone con la storia millenaria di successi e sconfitte e con le lezioni del passato è allo stesso tempo uno stimolo verso la ricostituzione delle città come motore di progresso e un fardello che può soffocare speranze e volontà. Il contesto regionale non aiuta gli iracheni in questa fase della loro storia. Molti sembrano soffiare sul fuoco della diversità e della frammentazione a alimentano la lotta per il potere, mentre la geografia e la conformazione del paese premia l’unità e la condivisione delle risorse del paese, a cominciare dall’acqua. L’Iraq da oltre 30 anni è passato attraverso guerre e sanzioni con effetti devastanti. È alla ricerca della stabilità perduta per riprendere a crescere.   

S.D.: Il New York Times quasi un anno fa ha realizzato un'interessante inchiesta che metteva in luce come il principale beneficiario attuale del petrolio iracheno non siano gli USA, ma la Cina. Le quantità di petrolio acquistate dagli Stati Uniti sono rimaste sostanzialmente costanti negli anni, mentre a subire un potente incremento sono stati gli acquisti cinesi. Le motivazioni sono piuttosto chiare: il governo iracheno ha imposto condizioni piuttosto sfavorevoli alle compagnie estrattrici che perciò vedono i propri margini ridursi considerevolmente. Ciò costituisce un deterrente per le imprese USA ed in generale per quelle occidentali, ma non per le aziende cinesi che sono pubbliche e non interessate al profitto, ma unicamente ad approvvigionare enormi quantità di petrolio per il colosso rampante dell'Asia, sempre più affamato di energia. La Cina porta in Iraq investimenti massicci e durevoli ed esprime un forte interesse alla stabilità, ciò è certamente un bene per questo paese. 

M.M.: Le società petrolifere internazionali, anche quelle occidentali, sono tutte presenti in Iraq, malgrado le condizioni contrattuali non siano le più vantaggiose. Ma è vero che quello che si produce viene acquistato soprattutto dalla Cina che cerca di riequilibrare la bilancia commerciale acquisendo contratti con offerte concorrenziali. L’Iraq tuttavia ha bisogno di nuove infrastrutture e poiché le paga potrebbe ottenere il meglio della tecnologia disponibile. Spesso le imprese cinesi danno in subappalto le opere e i lavori non sempre vengono terminati o non rispettano gli standard qualitativi attesi. L’effetto degli investimenti cinesi sull’economia del paese quindi non è considerato da tutti gli iracheni sempre positivo. Il paese ha bisogno di sviluppare una governance più moderna che rafforzi i centri si spesa nazionali e locali ed argini il fenomeno della corruzione. Vi sono modelli avanzati di organizzazione economica, come la società statale per la commercializzazione del greggio iracheno, ma la modernizzazione e la crescita dell’apparato statale è una priorità per la stabilità e lo sviluppo del paese.  

Wednesday, May 21, 2014

The single currency was a very badly conceived project

Analysis by Eunice Goes Associate Professor in Politics and Communications at Richmond University and Salvatore Dimaggio, Corporate Advisor, Founder and Head of Meet the Manager.


S.D.: The crisis has revealed that the decision-making processes of the European Union are extremely slow and intricate. With 28 member countries that have very different interests and needs, every action is weighed down by compromise and mediation long and sometimes crippling. 
Even the European election campaign is stingy of projects and programs: the European political parties do not deal with issues related to poverty and corruption of the southern countries of the union. De facto in the European political scene there is not a debate on how to deal with these issues.

E.G.: As you say the process of decision-making in the EU is highly problematic. It is opaque, unaccountable and it raises important questions of democratic legitimacy. But complex and questionable processes of decision-making are not the main reason that explains a general disenchantment with the European project. The most fundamental problem has to so with the directions and aims of the European Union. For many, the the European project was a cosmopolitan project based on the values of democracy, solidarity, peace and human rights. But since 2010 it became clear that we were naïf. The only thing that matters is the viability of banks and the financial system. Philip Legrain, who advised the president of the EC, Jose Manuel Durao Barroso, said precisely that last week. The EU decided to sacrifice the people of Southern Europe in order to save a few German banks.in other words, a very badly conceived single currency has been fetishised to the exclusion of everything else.
Southern Europe has problems - and by the way, corruption also exists in Northern Europe - but the way the EU has dealt with the Eurozone crisis has made things worse. 

S.D.: You're right. The immorality of this choice is likely to undermine the positive impact that the European Union is able to have. Take for example the case of Poland.
Marcin Piatkowski in "Poland’s New Golden Age Shifting from Europe’s Periphery to Its Center" say that Poland’s income gap with Western Europe today is smaller than it has been at any point since the year 1500. 
In 1989, Poland and Ukraine had approximately the same standard of living. Now, Poles are three times richer. 

E.G.: Poland is benefiting from being a member of the European single market. Moreover, in 1989 Poland's economic situation was really dire.. More importantly, Poland is not part of the single currency. Let's see if Poland's economic data will be as impressive once they have to comply with the stringency of the Stability and Growth Pact... The Polish government does not seem to be in a hurry to join the euro.

S.D.: Paul Krugman wrote in 1999 that adopting the euro, Italy has been reduced to the status of a Third World nation that has to borrow a foreign currency, with all the damage that this implies. 
The euro has many detractors, it is now clear that it is a wrong project, which prevents countries to manage its monetary policy, and this has destructive effects on the countries of the south. 
What worries me is that there is not a real debate on this issue: the European authorities automatically defend this state of affairs clearly malicious, and political parties, do not have any serious proposal in this regard.

E.G.: I agree that it is a very sorry state of affairs. It is baffling that Europe just plans to muddle through this crisis without stopping to think about what when wrong and why it went wrong.  Shockingly, European social democracy has accepted austerity and offers no alternatives to it...
The single currency was a very badly conceived project. It was advocated by leaders like Mitterrand and Kohl who had very little understanding of economics. It was also project conceived for ideologues of the night watchman state, that is, a minimal state, and who do nut care about democracy. 
This is not a project that the citizens of Europe support or desire. The problem is that there is no easy fix. The solutions are either further economic and political integration (and there's little appetite for more Europe) or the implosion of the euro which would have very dramatic consequences across Europe. Another possibility is to radically revise the stability and growth pact and possibly the convergence criteria. But Germany will never support that.



Saturday, April 12, 2014

Arte della comunicazione e leadership


Colloquio tra Andrea Granelli (autore con Flavia Trupia per Egea del libro "Retorica e business", consulente, già AD Tin.it, responsabile R&D del gruppo Telecom Italia) e Salvatore Dimaggio (Corporate advisor, direttore MtM)

S.D.: Partirei dal corporate storytelling. In un'epoca dove i dati sono sovrabbondanti, un modo efficace di far emergere quelli che interessano all'azienda o istituzione o lobby è quello di incastonarli in una storia, che li renda vivi ed attraenti e che spinga il fruitore a notarli nel mucchio e preferirli. Parafrasando Quintiliano: laddove troppi tentano di docere et probare, delectare e movere sono il miglior viatico per conquistare un rapporto con il pubblico che si è scelto. Ma ciò non è esente da rischi: chi vuol convincere con una storia, deve poi incarnarla, viverla con coerenza, pena un'amara disillusione di chi sta cercando di persuadere. 

A.G.: Le storie devo catturare l'attenzione, coinvolgere, trasformare chi le ascolta in protagonista che le vive. Questa vivacità e coinvolgimento devono però non essere fine a se stesse ma rispondere a un progetto più ampio e strategico e soprattutto aderire ad un imperativo etico. La retorica è un arte potente, ma va utilizzata con cautela e consapevolezza. Inoltre quando le informazioni sono troppe (big ...), non bastano le storie a darne il senso: bisogna sapere cogliere i segni, gli indizi ed eliminare il non necessario, rumore di fondo che può diventare assordante. Antoine de Saint-Exupéry ha osservato che un designer capisce di aver raggiunto la perfezione non quando non c'è più nulla da aggiungere, ma quando non rimane più nulla da togliere.

Solo dopo questa pulizia radicale si può seguire il suggerimento di Steve Jobs e "connettere i puntini", costruire la storia.  Oggi - con la "retorica" dei big data - non è più vero che "informazione è potere" ma piuttosto che "il troppo stroppia". Il grande poeta Coleridge ha descritto con anticipatoria efficacia il rischio dei big data in un passaggio della sua ballata del vecchio marinaio: "acqua, acqua dovunque, e neppure una goccia da bere ....".

La coerenza della comunicazione con chi la pronuncia è condizione necessaria per una sua vera efficacia; si ritorna al tema etico. Michel Foucault - nel suo "Discorso e verità nell'Antica Grecia" definisce il parresiastes - colui che dice la verità - chi esercita non solo la libertà di parola ma anche la franchezza nell'esprimersi, assumendosi i rischi e le conseguenze di ciò che dice. La verità non
si definisce in maniera epistemologica ma etica: è cioè legata all'integrità morale di chi parla, alla coerenza fra ciò che dice e ciò che fa (tra il logos e il bios). Per questo motivo il parresiastes non ha solo il diritto di parola (tutti nell'antica democrazia greca lo possedevano) ma il diritto di essere ascoltato.

S.D.: Un acquisto è preceduto da una fase breve o prolungata di approvvigionamento di informazioni. La raccolta di informazioni riguarda i prezzi, le caratteristiche del prodotto, la possibilità di prodotti alternativi, etc. 
Particolarmente interessante e delicato è l'elenco delle figure dalle quali il consumatore cerca questa conoscenza: amici e parenti, commessi, ma sempre di più, Google. Il re dei motori di ricerca sta consolidando il suo ruolo di amico saggio al quale chiedere.
Best Buy ed Home Depot stanno cercando di correre ai ripari, potenziando la formazione del personale e dotandolo di tablet sempre connessi, per cercare di restituire al commesso la sua funzione di consulente attendibile. Ad ogni modo, un recente studio della Oxford University sostiene che le probabilità che i commessi siano sostituiti dalla tecnologia nel prossimo decennio è addirittura dell'92%.
Proprio in quest'ottica, il venditore, volendo tornare ad appropriarsi dell'immagine di buon consulente della clientela, depositario dell'informazione giusta per l'acquirente, ha necessità di poter generare risposte esperte automatizzate, ma cucite addosso al singolo cliente. Che il mercato dell'A.I. applicato alla vendita sia sempre più importante, lo confermano gli investimenti di Google, che da poco ha  rinforzato la sua già notevole posizione in questo settore di ricerca, acquistando l'azienda specializzata in A.I., Deep Mind ed il Watson Group creato da IBM con una dote di oltre un miliardo di dollari per investigare le nuove opportunità delle soluzioni basate sull'intelligenza artificiale. 

A.G.:Come il cliente può usare Google per avere informazioni su un prodotto - e lo fa generalmente in maniera affrettata ed episodica - lo stesso può fare il commesso, che ha oltretutto più tempo, consuetudine ed esperienza sul prodotto in questione Anzi può usare meglio la Rete rispetto al cliente poiché conosce certamente meglio i pro e contro dei siti del suo settore. Inoltre le strutture commerciali (o i proprietari dei negozi) possono decidere - in funzione della loro conoscenza di cosa la Rete dice dei prodotti che trattano - di aggiungere informazioni che sulla rete non ci sono; e  qui nasce il valore aggiunto. Inoltre il venditore può dedicare una parte del suo tempo a conoscere meglio i propri clienti e a gestirli di conseguenza quando si presentano al punto vendita. È in questo contesto che - come direbbe Naisbitt - l'high touch batte l'high tech.

L'intelligenza artificiale alzerà certamente l'asticella della qualità dei servizi informativi automatizzati, ma anch'essa potrà essere usata dagli stessi commessi, che vi aggiungeranno ulteriori informazioni e sensibilità, diventano ancora più efficaci. Oggi - ad esempio - i sistemi esperti di medicina non vengono usati dai pazienti (se non per farsi un'idea) ma dai medici di base, per integrare le loro competenze generalistiche con quelle specialistiche che non possiedono. Ma rimane sempre il buon senso del medico, capace di abbandonare una diagnosi che risulti poco realistica. Inoltre i sistemi esperti usano la logica tradizionale e riescono a dedurre o indurre; quando però il processo diventa più indiziario e non ci sono casistiche note, allora il sistema esperto non funziona più e l'attività di "connettere i puntini" - come amava dire Steve Jobs - o il metodo abduttivo - come lo chiama il semiotico Peirce - richiede intuito e illuminazione tipicamente umani.

S.D.: Il concetto di leadership è divenuto negli ultimi decenni, e segnatamente negli ultimi venti anni, oggetto di analisi, studi e corsi accademici. I Leadership studies si sono affermati come una vera e propria materia di studio: una disciplina che ha le sue pubblicazioni di riferimento: The International Journal of Leadership Studies, The International Journal of Servant Leadership, pubblicato da Gonzaga University in collaborazione con the Larry Spears Center for Servant-leadership e molte altre. 
Ciò non deve sorprendere. Anche mettendo da parte le fondamentali e seminali riflessioni di Platone e Machiavelli, è sin dagli anni '40 del XX secolo che la il la figura del leader viene esaminata nei Ohio State Leadership Studies. La Ohio State University con l'incoraggiamento della commissione federale War Manpower Commission e del dipartimento del lavoro inizia un lavoro di screening di capi e subordinati, tramite sofisticati questionari che vanno per la prima volta a delineare un progetto di lavoro scientificamente fondato in questo campo. Ne sarebbero seguiti moltissimi altri.
Nel nostro mondo dinamico che sempre più tende a ridimensionare il ruolo di strutture rigide, in favore di una maggiore fluidità e trasferibilità di uomini e mezzi da un'azienda/ istituzione/gruppo sociale ad un'altro, la capacità di comunicare è una delle doti più importanti di un leader.
Attraverso il suo talento nella comunicazione un leader compatta i suoi ranghi, definisce e rinnova un'identità chiara e condivisibile ed è capace di attrarre chi è all'esterno del suo gruppo.

A.G.: Non solo, ma gestisce e dirime conflitti, smussa posizioni aggressive, spinge all'azione, vede (to envision si dice efficacemente in inglese) e dà forma concreta e vivida a sogni e a progetti ambiziosi (talvolta ritenuti impossibili) grazie a potenti metafore, rende seducenti i numeri, crea consenso poiché come ci ha recentemente ricordato sul Sole24Ore mons. Bruno Forte, "vincere non basta, serve con-vincere". E l'elenco potrebbe continuare.

La retorica è dunque la più importante e potente tecnologia della mente. Un po' come il software, chi lo padroneggia acquisisce capacità performative incredibilmente superiori alla media. Gli sviluppatori eccezionali di software sono più produttivi di quelli "normali" secondo un fattore non di 10 o 100 o 1000, ma di 10.000 ha osservato Nathan Myhrvold, ex capo scienziato di Microsoft, 2004. Da questa proprietà deriva la celebre frase di Gorgia da Lentini sul potere della parola "che con piccolissimo corpo e invisibilissimo, divinissime cose sa compiere".

Ma non si può separare il contenuto dalla forma. Non possiamo limitarci alla ricerca di un'espressione piacevole ma dobbiamo legare "saldamente le parole ai contenuti e verificare la fondatezza di questi. Cicerone, nel suo De Oratore, è uno strenuo sostenitore della necessità di produrre un impasto indissolubile tra res e verba, tra argomenti e forme espressive. Per Cicerone, non esiste dunque una gerarchia tra le componenti del discorso: i fatti non sono più importanti delle parole e le parole non lo sono più dei fatti. Insieme - e solo insieme - contribuiscono alla costruzione di un dire potente, capace di lasciare un segno nell'uditorio" (estratto dal libro).

Per questo motivo i grandi leader non hanno spin-doctor; certo si fanno aiutare, si confrontano, ma non delegheranno mai la costruzione di un discorso importante, la scelta delle parole chiave, l'organizzazione del ritmo del dire. E poi le comunicazioni più complesse dei manager possono capitare improvvisamente, su argomenti non meditati, in contesti insoliti, ....

Oltretutto la persona più difficile da convincere siamo proprio noi stessi, soprattutto quando dobbiamo prendere un'importante decisione. La costruzione di quel discorso interiore - che non può essere ammaliato da belle parole - è l'essenza del ragionare e diventa particolarmente importante durante le crisi, quando i mercati cambiano in modo radicale e imprevedibile. E allora i primi che colgono indizi e li organizzano in un discorso convincente (Steve Jobs chiamava questo processo "connecting the dots") e quindi (si) convincono che li si svilupperà il mercato, costoro vinceranno. Questo processo - che potremmo banalizzare chiamandolo intuizione - è un altro dei filoni della retorica, che gli antichi chiamavano "metis" (l'intelligenza astuta, ferina e metamorfica di Ulisse), i predicatori barocchi "agudeza", i romanzieri "serendipity" e Peirce - uno dei padri della semiotica - ha infine chiamato "abduzione", per distinguerla dalle più note induzione e deduzione.

Infine il digitale. I leader del futuro dovranno padroneggiare gli strumenti informatici e muoversi a pieno agio nella semiosfera digitale (Internet e oltre). Concepire un leader nel XXI secolo che sia imbranato con questi strumenti e ambienti sarà sempre più irrealistico. La pervasività del digitale non si limita ad una semplice presenza, ma trasforma il nostro modo di lavorare, comunicare, ragionare, memorizzare, rappresentarci,... Soprattutto nei processi cognitivi e nel modo con cui ci relazioniamo con gli altri e comunichiamo.

Pertanto una buona cultura e sensibilità al digitale non sono più un'opzione, una moda, uno stile manageriale, ma sono ormai diventati un vero e proprio imperativo categorico. Chi non considererà prioritaria la propria educazione digitale sarà tagliato fuori; i futuri leader saranno anche maestri nell'uso di queste tecnologie. Per questi motivi l'Europa incomincia a parlare di e-leadership.

Ma solo unendo il potere della retorica e una approfondita conoscenza dell'ambiente digitale sarà possibile possedere quegli strumenti e quella sensibilità necessari per competere e avere successo nell'era della Rete.

Tuesday, April 8, 2014

Gli ultimi decenni segnano un rifiuto delle posizioni amorali della politica


Colloquio tra Irene Kajon, Professore ordinario di Antropologia filosofica, Università La Sapienza Roma e Salvatore Dimaggio, Corporate Advisor, Founder and Head, Meet the Manager.

S.D.: Nel '900 il dibattito etico politico è stato dominato dalla figura di Rawls e dal suo ormai imprescindibile velo d'ignoranza che ripristina, almeno nell'esperimento mentale, la posizione originaria. Una bussola etica che richiama alla mente il "talismano" citato da Gandhi come ausilio nelle decisioni della vita.
A dispetto della sua influenza nel dibattito culturale, le istituzioni occidentali e le nostre democrazie non sembrano aver beneficiato significativamente di questa idea, anzi le lobby, così influenti ed istituzionalizzate negli Stati Uniti, sembrano paradossalmente togliere quei pochi residui di velo d'ignoranza che ancora possono spontaneamente connotare chi è chiamato a prendere decisioni che incidono sulla collettività. Un istituto che appare molto in sintonia con il v.d.i. è il blind trust, che tuttavia, ha un'applicazione pratica in un numero talmente limitato di casi da essere poco influente.
A dispetto dell'immagine sempre più umana e comune che i protagonisti delle istituzioni cercano di veicolare anche attraverso i social network, oggi come ai tempi della contrapposizione tra Antigone e Creonte, è presente nel sentire comune l'idea che il confine che divide giusto ed ingiusto per chi detiene il potere sia, in certo modo, articolato differentemente da quello dell'uomo comune: d'altronde Machiavelli attribuisce a Cosimo de’ Medici il detto che gli Stati non si governano coi pater noster in mano.

I.K.: Intendo le riflessioni che mi vengono proposte come un invito a riflettere sul tema del rapporto tra l’etica e la politica. A me pare che il pensiero della seconda metà del secolo XX e del primo decennio del XXI sia percorso da un atteggiamento anti-machiavellico. Non intendo però tanto identificare questo atteggiamento con una critica di Machiavelli, che è figura estremamente complessa e difficilmente riducibile a un’unica dimensione, quanto considerare questo atteggiamento come una critica a una posizione cinica, spregiudicata, amorale della politica. Troviamo in Leo Strauss una critica del machiavellismo inteso in quest’ultimo senso, la troviamo in Jacques Maritain, la troviamo in Emmanuel Levinas. Si tratta di pensatori che si richiamano a una tradizione platonica, dunque concepiscono le relazioni umane intersoggettive e sociali in quanto fondate su un’etica che rinvia a una nozione di Bene trascendente l’esperienza storica. Ma mi sembra che perfino in Norberto Bobbio, un autore studioso del pensiero politico inglese di impronta materialistica e anti-cristiana – basti pensare ai suoi studi su Hobbes – e che certamente preferiva richiamarsi più alla storia e all’esperienza che a ideali oltre lo storico, non vi sia la rinuncia a subordinare il politico a un concetto di giustizia, di integrità morale, di dignità personale. Bisogna tuttavia distinguere tra l’etico e il politico. Uno studioso ebreo francese, André Neher, ha scritto un saggio, pubblicato nel 1962, sul rapporto tra l’etico e il politico, che ha intitolato con i nomi di tre città simbolo, “Gerusalemme, Cesarea, Babele”: la prima, che è la città in cui ebbe avvio la civiltà ebraica e cristiana, sta a indicare i comandamenti e le prescrizioni di carattere morale, provenienti da un’origine divina, che guidano l’uomo nella sua condotta; la seconda città, fondata dal re Erode nel I secolo a. C. sulla costa del Mediterraneo all’epoca del controllo ed influenza dei Romani sulla Giudea, sta a indicare il potere politico che certo ha le sue proprie regole, indipendenti da un’etica che rinvia a una dimensione religiosa, ma che non attenta in modo radicale a tale etica, in certo modo ancora la riconosce, la considera pur sempre la base di ogni associazione umana; Babele, che è la città in cui, secondo la Genesi, il primo libro della Bibbia, Nimrod, uomo potente e arrogante, tentò di costruire una torre alta fino al cielo, sacrificando senza pietà vite umane, e in cui per decreto divino infine gli uomini non si capivano più l’un l’altro, sta a indicare il luogo in cui vige solo arbitrio e violenza. Ora, secondo Neher, Gerusalemme non si oppone a Cesarea: anzi, bisogna che la sfera politica, che implica moderazione, mediazione, gradualità, realismo, anche l’uso della violenza in caso di necessità, abbia distinzione rispetto alla sfera etica, che si riferisce all’assoluto della pace, della giustizia, e del perdono. Altrimenti, se l’etico facesse a meno del politico, pretendesse di costruire immediatamente un mondo secondo le sue proprie assolute misure, assumesse esso stesso le vesti del politico, diverrebbe inevitabilmente totalitario (quante volte, in effetti, la realizzazione immediata di un’utopia in terra si è trasformata in distopia – come già notava Franz Rosenzweig nella sua opera Stella della redenzione, pubblicata nel 1920). Gerusalemme si oppone però sempre a Babele. Dunque bisogna bandire dalla nostra visione della sfera politica il machiavellismo; ma non quella ponderazione delle forze in campo, quel realismo, quell’attenzione per la realtà umana in vista di un cambiamento per una vita migliore degli individui, che dovrebbero essere propri della sfera politica. Nelle società attuali mi sembra vi sia un bisogno diffuso di giustizia, di solidarietà, di libertà, di pace. La politica con i suoi propri strumenti, tenendo conto dell’economia, della tecnica, delle risorse naturali, e con un lavoro di lunga lena dovrebbe considerare tali bisogni.                      


S.D.: L'antropologia filosofica ha le proprie figure di riferimento in Max Scheler, Helmuth Plessner, Arnold Ghelen e Paul Ricoeur. Di particolare interesse è la posizione di Scheler, che attribuisce all'uomo la capacità, unica tra gli animali, di trascendere il proprio Umwelt,  e di essere “l’eterno protestante nei confronti della semplice realtà”, “colui che può dire di no”, “l’asceta della vita”. Questo ritratto dell'uomo come essere che ha la facoltà di rigettare il mondo, cercando o immaginando un'alternativa, è una buona guida per interpretare la tumultuosa evoluzione culturale, sociale e tecnico-scientifica che è parsa procedere con moto accelerato negli ultimi secoli, perché più che individuare l'elemento distintivo dell'uomo nella sua intelligenza, lo rinviene nella capacità di non dare per scontato ciò che lo circonda.

I.K.: L’antropologia filosofica è una disciplina filosofica che può essere intesa in due sensi diversi: in senso stretto è la più recente delle discipline filosofiche (le quali si occupano di sfere diverse della esperienza umana, come la filosofia morale, l’estetica, la filosofia della scienza, ecc.). Essa nasce in Germania, appunto con Scheler, Plessner, Gehlen, che scrivono le loro opere verso la fine degli anni Venti.  Le cause di tale nascita sono state rintracciate nella crisi dell’idealismo hegeliano, la quale implicava il ritorno a considerare l’uomo non tanto nella sua storia, quanto nella sua propria natura; nella necessità che la filosofia si confrontasse con le scienze naturali e umane; nell’interesse per il mondo della vita, tipico del pensiero tedesco tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Ma vi è anche un senso lato dell’antropologia filosofica: essa può essere intesa, come le parole greche stesse indicano, come un discorso sull’uomo compiuto da chi ama la sapienza. Dunque l’antropologia filosofica è autoriflessione dell’uomo su di sé. In quanto tale c’è sempre stata fin dalle origini della filosofia, già con Talete. Di questo secondo senso dell’antropologia filosofica ci parlano Ernst Cassirer nel suo Saggio sull’uomo, Berhard Groethuysen nella sua Antropologia filosofica (1931), Martin Buber in  Il problema dell’uomo (1943). Questo secondo senso è quello che io preferisco perché amplia i confini dello studio filosofico dell’uomo sia in senso temporale che geografico: inoltre, non solo filosofi, ma anche scrittori, poeti, personalità religiose, scienziati, offrono materiale per questo studio. Max Scheler, affermando in La posizione dell’uomo nel cosmo (1928) che l’uomo è l’“eterno protestante” nei confronti della realtà data riprende contemporaneamente Platone e la Bibbia: per Platone l’uomo conosce il mondo solo ricorrendo a idee, dunque senza essere, per così dire, appiattito sul mondo, ma dicendo “no” ad esso, sottraendosi ad esso; e per la Bibbia la comprensione del mondo implica che lo neghiamo come realtà data per farlo poi dipendere da Dio (questo punto è bene messo in evidenza da Maimonide nella sua Guida dei perplessi). Si intende che questo “protestantesimo” dell’uomo è la radice di ogni suo fare nel mondo: è la sua intelligenza stessa, che idea e progetta, a porre obiettivi, a invitarlo ad agire. Scheler, allievo di Husserl, riprende non solo da questo filosofo, ma anche da Platone e dalla Bibbia la nozione di idea come ciò che trascende il dato, il sensibile, l’empirico. Tuttavia, a differenza delle sue fonti, Scheler non ha fiducia nel potere delle idee di muovere all’azione radicandosi esse nella vita, ispirando anche affetti e passioni; pensa, insieme a Marx, a Schopenhauer, a Nietzsche, che siano piuttosto gli interessi, le inclinazioni naturali, i bisogni immediatamente sentiti, a muovere l’uomo. La ragione rischiara l’obiettivo, ma è impotente; mentre l’istinto è potente, ma cieco. Un tale dualismo nel concepire l’uomo si comprende in Scheler alla luce del riconoscimento della crisi della ragione che era tipico dei suoi tempi. Ma forse il “no” al dato e la ribellione dell’essere umano nei confronti della realtà circostante implica fin dall’inizio insieme ragione e affettività, l’ideazione e il coinvolgimento anche dell’immaginazione, della sensibilità nell’ideazione.     

Sunday, March 30, 2014

Il Valore della Cultura




Colloquio tra Valentina Gosetti, Stipendiary Lecturer in French, Balliol College and Trinity College, Oxford e Salvatore Dimaggio, Corporate Advisor, Founder and Head, Meet the Manager.



Cultura come strumento di promozione sociale e di riqualificazione di una comunità.



V.G.: Come immaginare un mondo senza cultura? La cultura è un bisogno umano, non una scelta. Rinnegare la cultura, o sgualcirla, è rinnegare ciò che ci rende umani, è abbruttirci. Che la cultura sia un bisogno lo dimostra la storia dell’umanità. Basta pensare a quante volte donne e uomini abbiano istintivamente risposto ad una situazione di crisi scrivendo, dipingendo, o componendo una canzone. Durante la Guerra Civile spagnola, per esempio, molti risposero all’orrore scrivendo poesia, anche i contadini, dimostrando un’urgenza, una necessità di comunicare la propria esperienza al prossimo, al futuro, o forse anche una forma di resistenza dell’umano in ciò che è più disumano, come lo è una guerra civile. L’invenzione del fuoco è anche l’invenzione del racconto, del tramandare una certa esperienza attraverso un linguaggio magari metaforico e quindi molto più universale. La cultura, e la letteratura in particolare, è un modo dell’uomo di raccontare se stesso, di riflettere su se stesso, di imparare dagli altri, e di tentare di comunicare l’incomunicabile attraverso linguaggi quali la poesia. Come immaginare un essere umano privato da ogni forma di cultura? E quindi sì, penso proprio che la cultura sia un elemento essenziale per la riqualificazione di una comunità, insieme all’educazione, un diritto da difendere a tutti i costi, entrambi strumenti di democratizzazione, fondamentali per il superamento della diversità di classe e per raggiungere l’ideale dell’uguaglianza. La cultura non è elitismo, è l’opposto dell’elitismo.


S.D.: Spesso, nel dibattito politico ed istituzionale che variamente si articola tramite la stampa e la convegnistica, ci si chiede se la “cultura sia un buon affare”. Ovviamente tale questione porta con sé, fatalmente, una sorta di meta-questione implicita che attiene alla validità o meno, del misurare la cultura sulla base di criteri mercantili.
I dati ci dicono che mai come oggi, la proposta culturale ed i musei in particolare, riescono a generare consistentissimi introiti e ciò spinge il management di queste istituzioni a renderle sempre più in linea con una fruizione delle opere, degli spazi e dei servizi al visitatore, concepite in modo attuale ed accattivante.
In Australia l'industria culturale-creativa contribuisce per più di 86 miliardi dollari all'anno all'economia nazionale.
Nel Regno Unito, l'Arts Council ha risposto alla questione posta dalla culture secretary Maria Miller sulla bontà del finanziamento delle arti in un periodo di contenimento della spesa, con la pubblicazione di una relazione indipendente che sottolinea come il settore delle arti generi £ 7 di PIL per ogni £ 1 di sussidio statale.
Illuminanti sono in tal senso anche le tante esperienze di gentrification di successo, avvenute tramite lo strumento dell'innesto in un'area metropolitana di strutture a vocazione artistico culturale.



Un mondo che parla più lingue differenti: fenomeno da salvaguardare o ostacolo nelle interazioni?



V.G.: Assolutamente da salvaguardare! Impariamo dagli errori altrui e difendiamo i nostri dialetti, o meglio, le nostre lingue locali. La Francia, per esempio, sta ora combattendo per il recupero delle lingue locali dopo decenni di politiche linguistiche repressive e centralizzanti, quando parlare patois era considerato una vergogna e punito nelle scuole. Ora molte lingue stanno morendo, e quando questo succede a causa di politiche che non hanno saputo essere lungimiranti è una perdita culturale imperdonabile, un vero crimine alla diversità culturale! Non vedo nessun conflitto fra una dinamica transnazionale e la protezione delle lingue locali, anzi vedo un mutuo arricchimento. L’ideale è essere aperti al nuovo, alle nuove lingue, alle nuove culture, e nello stesso tempo salvaguardare il nostro bagaglio culturale, per contribuire a nostra volta ad un mondo culturale con più sfumature possibili.


S.D.: Nella lingua coesistono due anime: quella di codice che reca con sé secoli, se non millenni di cultura (ricordiamo il celebre “le parole sono metafore morte” di Lugones) e quella di strumento che consente l'interazione tra le persone ed i popoli. A seconda che consideriamo maggiormente l'uno o l'altro aspetto, desideriamo maggiormente censirne e conservarne ogni possibile variante e sfumatura, oppure, al contrario, ridurre e sintetizzare verso una comoda ed universalistica standardizzazione.
Il British Council riferisce che entro il 2020, due miliardi di persone studieranno inglese.) Il vantaggio derivante dal parlare la lingua più utile in ambito internazionale costituisce un deterrente allo studio di altre lingue: solo il 10% degli americani nativi è in grado di parlare una seconda lingua, rispetto al 56% dei cittadini dell'Unione europea.
Nessuno oggi nega che parlare fluentemente più lingue sia importante per raggiungere e consolidare posizioni lavorative ed istituzionali di rilievo, ma ciò non toglie che l'inglese sia la lingua più imprescindibile per il successo del business globale al momento. La rampante economia cinese ed il suo ruolo di player sempre più potente al livello internazionale, non mutano questo stato di cose: anche in Cina sempre più persone stanno attualmente studiando inglese, più che in qualsiasi altro paese. Addirittura 100.000 madrelingua inglesi attualmente insegnano lì.



Costruire una carriera dopo una formazione umanistica.



S.D.: La forza del pensiero scientifico nella nostra comunità e la capacità di scienza e tecnologia di disegnare e ridisegnare la nostra società in base al percorso delle proprie evoluzioni, sembrerebbero costringere in un ruolo secondario le competenze umanistiche. Un percorso di studi umanistici, agli occhi di tanti, non offre grandi opportunità per una carriera d'eccellenza, ma le cose non stanno così.

Una ricerca del New College of the Humanities, suggerisce che il 60% dei dirigenti del Regno Unito hanno lauree umanistiche o comunque in scienze sociali. Per molti datori di lavoro, una buona laurea umanistica testimonia l'abnegazione, l'entusiasmo, la creatività e la capacità di elaborare e sintetizzare dati ed informazioni. Questi percorsi accademici sono la garanzia che il profilo in questione ha le doti giuste per essere efficace nella posizione da occupare.

V.G: La letterature e la poesia sono fonti inesauribili di ricerca, potenzialmente infinite. Quindi sì c’è ancora molto da scoprire nel campo poetico e letterario. Sarei disonesta se non ammettessi, tuttavia, che di questi tempi la carriera accademica, soprattutto in poli d’eccellenza, non è una passeggiata, it’s not a walk in the park come direbbero gli Inglesi. Molte delle poche posizioni accademiche che si aprono sono a tempo determinato (sì proprio così, questa è la situazione anche nel Regno Unito e negli Stati Uniti), ci sono spesso centinaia di domande per un solo posto da parte di persone qualificate, per non parlare delle rarissime posizioni a tempo indeterminato, una vera battaglia e competizione spietata, seppur la selezione sia basata sulla meritocrazia. Un tipo di carriera, quella accademica, che richiede determinazione, costanza, testardaggine e soprattutto un grandissimo amore e una sconfinata passione per il proprio lavoro. Un tipo di attività che si confonde col quotidiano, un lavoro nel quale non esiste una vera differenza fra ore lavorative e ore libere, un costante vortice di pensiero critico e creativo che se non appassiona, diventa impossibile da sostenere.
Io sono arrivata a Oxford grazie al dipartimento di Lingue dell’Università di Bologna che nel 2007 offriva uno scambio Erasmus con Balliol College uno dei più antichi College dell’Università di Oxford. Dopo la Laurea triennale sono quindi partita per Oxford in Erasmus, ma poi ho deciso di fare ufficialmente domanda per un Master (specialistica) e dopo aver finito il Master anche per un dottorato di ricerca, scegliendo di concentrandomi sulla letteratura francese. Sono stata infatti colpita dall’eccellenza del Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Oxford. Ho anche deciso di rimanere sempre affiliata a Balliol College sin dai tempi dell’Erasmus; Balliol è e sarà sempre nel mio cuore per tutto il supporto, la serietà e l’incoraggiamento. Mi sento ancora onorata, e anche molto intimidita, di fare parte di questa grande comunità che comprende scrittori come Graham Greene e Aldous Huxley, premi Nobel, e Primi Ministri! Questo è per me fonte di grande ispirazione e un costante promemoria: c’è ancora molta strada da percorrere, molto da imparare, da studiare, da capire…