Monday, October 5, 2015

Chiacchierata oltreoceano con Alberto Bisin, professore alla NYU, editorialista di Repubblica, ma soprattutto acuto osservatore.

Intervista ad Alberto Bisin, economista italiano, professore alla New York University ed editorialista de La Repubblica, membro di vari istituti: NBER di Boston, CESS di NYU, CIREQ dell’Università di Montreal e IZA di Bonn; è Associate Editor presso varie riviste accademiche internazionali, tra cui Journal of Economic Theory e Economic Theory.

di Maria Grazia Cangelli

Un economista italiano all'estero quali differenze esperisce tra l'università italiana e quella USA?

Quando ho lasciato l'Italia, a fine anni '80 inizio '90, le differenze erano enormi. In economia le università USA (non tutte, ovviamente, ma moltissime) erano centri di ricerca, mentre quelle italiane producevano insegnamento di basso livello e ricerca ancora peggiore (non tutte ovviamente ma la stragrande maggioranza, purtroppo). L'Italia, per varie ragioni, era rimasta culturalmente molto arretrata in termini di pensiero economico (non era stato sempre così, anzi, ma questa è un'altra storia). Le università erano centri di potere, anche e soprattutto politico, i concorsi spesso corrotti, insomma, una pervasiva inefficienza le affossava.

Oggi le cose sono in parte cambiate. Ci sono sacche di ottima ricerca economica in Italia, dappertutto, non solo nelle università che tutti conoscono come la Bocconi. Restano sacche però. C'è anche moltissimo nulla (o peggio). Ho recentemente partecipato alla valutazione dell'università italiana (per economia) e ho visto cose che voi umani.... Le cose peggiori che ho visto comunque sono la difesa delle rendite e degli interessi pre-costituiti da parte della classe accademica, anche da parte di "insospettabili", accademici che rifiutano di farsi valutare con argomenti speciosi (tipo, "le valutazioni non sono perfette", ovvio che non lo sono, e allora?) e politici che temono di perderne il supporto. 

Anche l'insegnamento è spesso migliorato, però. La globalizzazione dell'attività editoriale e la disponibilità di risorse online ha enormemente e rapidamente svecchiato il sistema. Anche la maggiore comprensione dell'inglese (la lingua franca dell'economia) da parte degli studenti ha favorito l'insegnamento (e ha messo fine alla pratica dei testi mal tradotti, quando non in parte copiati,  in italiano). 

Insomma, i germogli ci sono. Ma e' anche pieno di gente che cerca  di calpestarli invece di annaffiarli.

Art by Michela Terzi


Di cosa si occupa la tua ricerca? 

Io nasco come un teorico, economista matematico. Negli anni però i miei interessi si sono ampliati e oggi mi occupo anche di finanza, di teoria delle decisioni comportamentali (behavioral economics), di distribuzione della ricchezza, e sempre di più di temi al confine tra economia e sociologia (cultura, istituzioni, cose così). Non è buona cosa avere interessi cosi' sparsi, ma ormai mi diverto così e così è. 

Dove va la ricerca economica riguardo al decision making process del consumatore?

Molta della ricerca sulla teoria delle decisioni del consumatore oggi riguarda situazioni in cui il consumatore si comporta in modo men che completamente razionale. Per questo oggi lavoriamo a stretto contatto con psicologi e neuro-scienziati. Il metodo è sempre quello  economico, teorie formali (modelli matematici spesso) e test empirici, ma i temi e le questioni sono nuovi e estremamente interessanti. Come spiegare e comprendere  "anomalie" di comportamento, in condizioni di incertezza ad esempio, o nelle scelte che richiedono valutazioni in diversi momenti nel tempo, sono i temi di ricerca più "hot" ed interessanti. 

Che cosa ci dici sulla crisi dei paesi emergenti? C'è un ruolo dei fondi sovrani nell'attuale scenario? Che dire le paure di chi li riteneva players politici oltre che economici?  Si sono attenuate o intensificate?

Ovviamente la crisi è molto seria. Gli economisti in generale non hanno strumenti per prevedere le crisi, ne' per capire bene come si svolgeranno. Ci sono ragioni solide ed importanti perché sia così. Questo non toglie che molti ci provino comunque, solitamente non i più sofisticati. Gli incentivi a farlo sono molto alti. Eviterò quindi. Mi pare, però, utile notare che con la Cina sta succedendo quello che qualche decennio fa è successo col Giappone: commentatori che cantano le lodi del "nuovo sistema economico" nella fase di crescita e che poi scompaiono nella difficile ma necessaria fase di stabilizzazione, quando le cose possono andare male. La Cina - e molti altri paesi  emergenti - hanno economie dinamiche ma piene di squilibri, specialmente corruzione rampante, mercati finanziari distorti, intervento pubblico inefficiente. Su questi blocchi si fermano e lì restano senza appropriate riforme. Difficile dire se riusciranno a superarli, se il loro sistema politico-sociale glielo permetterà. 

Il lavoro di Piketty sulla distribuzione della ricchezza ha monopolizzato per un bel po' il dibattito sul tema, ma quanto ha influito davvero?

Thomas Piketty è un economista sofisticato, un uomo molto intelligente, ma anche un intellettuale motivato in modo determinante da passione ed interessi politici (mi permetto questo giudizio perché lo conosco bene - eravamo assieme a MIT a meta' anni 90 e anche oggi ci si vede a Paris School of Economics, dove sono spesso per lavoro). Il lavoro accademico suo e dei suoi co-autori, ad esempio Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, è di assoluta qualità, specie nell'aspetto della elaborazione dei dati. Il libro è stata un'operazione politica abilissima: ha dato giustificazione intellettuale a posizioni che la sinistra europea e anche americana aveva preso e voleva prendere. Di qui il grande successo, il supporto quasi-totale (nonostante quel po' naturale di invidia)  da parte di personaggi come Paul Krugman e Joe Stiglitz in Usa e di tutta l'intellighenzia in Europa. Intellettuali e giornalisti che non distinguono reddito da ricchezza, stock da flussi, sono saltati sul carro eccitati come ragazzini orfani di Occupy Wall Street. Brutto da vedere dall'esterno: la ricerca accademica piegata agli interessi della politica, il sacco indiscriminato di idee e dati operato da intellettuali e giornalisti. Rimane che l'analisi teorica che spieghi cosa sta succedendo alla distribuzione del reddito e della ricchezza, che ne comprenda determinanti e dinamica, è ancora abbastanza di la' da venire, nonostante il dibattito sia dominato da posizioni ideologiche di nessun interesse. Ma si procede, la ricerca su questo tema è molto attiva e non è da escludere che il libro di Piketty abbia avuto un effetto positivo almeno in questo senso.